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Continuo a incontrare israeliani che non sanno, per esempio, che controlliamo ancora il ponte di Allenby (che collega la West Bank alla Giordania), così di fatto gestendo il traffico in entrata e uscita dei palestinesi dalla Cisgiordania.
Oppure non sanno che in realtà l’esercito continua a operare nell’area A, in teoria soggetta alla sovranità dell’Anp (Autorità nazionale palestinese). Oppure che in West Bank non c’è una rete 3G perché Israele non permette ai fornitori palestinesi di utilizzare le frequenze. O che imprigioniamo palestinesi a centinaia senza processo per mesi e anni. Oppure altri aspetti incontestabili dell’occupazione.
Ebbene, se non sono a conoscenza di tutto questo, allora forse è tutto un grande malinteso. Il più delle volte cerco di informarli e litigo sui dettagli, ma se dovessi spiegare la questione brevemente utilizzerei la seguente metafora: abbiamo costruito due enormi prigioni. Chiamiamole “prigione West Bank” e “prigione Gaza”.
La prima è una struttura a bassa sicurezza, dove i prigionieri sono autogestiti, almeno fin quando si comportano bene. Ogni tanto hanno permessi d’uscita per delle vacanze e una volta all’anno vengono persino portati in spiaggia. Alcuni fortunati hanno lavori nelle industrie vicine e ricevono stipendi al di sotto del salario minimo. Considerando anche i prezzi bassi nelle mense del carcere, in fin dei conti i detenuti fanno un buon affare.
Gaza invece è una struttura a massima sicurezza. È difficile da visitare e per chi ci vive è impossibile uscirne. Lasciamo entrare solo cibo (l’essenziale), acqua ed elettricità in modo che i prigionieri non muoiano.
A parte questo, di loro ci frega poco o nulla, a meno che si avvicinino allo sbarramento della prigione e allora gli spariamo come pesci in barile finchè non si calmano. E quando finalmente si calmano, smettiamo di sparare perché non siamo dei bastardi che sparano alla gente per divertimento.
Negli ultimi 5 anni, la struttura a sicurezza minima è stata abbastanza tranquilla, ma ci sono stati un po’ di disordini in quella a massima sicurezza. Li abbiamo controllati con la solita routine. In ogni modo, anche quando entrambe le prigioni erano calme, ci siamo ben guardati dall’aprire le porte. Anzi, abbiamo rafforzato e innalzato le mura diminuendo l’estensione del cortile della prigione; in fondo, ce ne serviva un po’ per noi.
Quando ci chiedono perché non liberiamo i prigionieri, spieghiamo che si rifiutano di firmare i documenti per la condizionale perché non gli vanno bene i termini. Per esempio, non gli va bene che la liberazione sia graduale, che duri dieci anni o più, e che ci dovranno lasciar tenere un sacco di cose di cui ci siamo impossessati quando li abbiamo rinchiusi.
In più, il capo dell’intelligence della prigione ha stilato un rapporto secondo il quale ogni singolo prigioniero odia a morte le sue guardie, in modo inequivocabile. E finchè non avviene una trasformazione significativa su questo piano, c’è davvero poco di cui discutere da parte nostra.
Oggi nelle nostre strutture ci sono 3.5 milioni di persone. Un’intera nazione, tutti condannati all’ergastolo. In queste condizioni, i prigionieri ricorrono a misure disperate, come missioni suicide, costruzione di tunnel lunghissimi, lunghe nuotate o attacchi ai nostri carri armati con fucili arrugginiti.
Spesso tutto finisce con un ammazzamento che sembra preso da un vecchio videogioco. Le rare volte che riescono ad ammazzare una delle guardie, allora fanno feste nella prigione e a noi fanno ancora più schifo. Queste scene, ovviamente, ci fanno morire di paura quando pensiamo al giorno in cui riusciranno a distruggere le mura e usciranno.
Penso che i prigionieri non ameranno mai quelli che li hanno rinchiusi, ma c’è la possibilità che i loro figli possano perdonare per quieto vivere. Ovviamente, c’è soltanto un modo per cominciare questo virtuoso processo e non ha nulla a che vedere con il metodo pesce in barile descritto sopra. Cessa il fuoco. Abbatti le mura delle prigioni. Liberali.

This Land Is Mine

A brief history of the land called Israel/Palestine/Canaan/the Levant.

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